Carlos Monzón, il fascino della violenza Da "Le leggende della boxe" di Fausto Narducci per Il Giornale
21 Novembre 2022

La letteratura e la cinematografia si nutrono di cattivi. È il fascino della violenza, che oggi va tanto di moda. Ebbene, il ring di duri ne ha proposti tanti, ma nessuno come Carlos Monzón, l’indio dannato che passò come un rullo compressore anche sul nostro Benvenuti e finì per perdersi nella spirale della sua vita scellerata. Il carcere per l’omicidio della moglie e un tragico incidente stradale chiusero il destino del più brutale pugile degli anni Settanta, ma anche di un campione dei pesi medi, praticamente imbattuto, che merita un posto al sole fra i grandi del ring.

Raramente vita e ring si sovrappongono inesorabilmente quando cerchiamo di dare una dimensione al personaggio. Non per niente Monzón è anche il titolo di una serie argentina di tredici episodi arrivata in Italia sulla piattaforma Netflix ma passata un po’ inosservata, nonostante i numerosi premi ricevuti in patria. Un peccato, perché si tratta di una delle più belle fiction dedicate alla boxe, con ottima tecnica televisiva, grandi investimenti e anche una certa verosimiglianza con lo sport reale. Il problema (non da poco) è che la serie, creata da Pablo E. Rossi e con attori diversi a interpretare il campione dei medi nelle varie fasi della sua vita, è tratta dal libro Monzón, secreto de sumario (“segreto istruttorio”) di Marilé Staiolo, che sposa ogni tesi colpevolista.

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