In quest’opera, Magellano. Un uomo e la sua impresa, edita da Diarkos, Stefan Zweig – uno dei più grandi intellettuali austriaci del Novecento – ricostruisce in maniera puntuale e avvincente non solo uno dei più avventurosi e importanti viaggi della storia dell’umanità – non a caso dall’autore più volte paragonato ai mitici Argonauti – ma anche un mondo culturale, impregnato da una lunga serie di superstizioni, paure, finte dottrine scientifiche e leggende che giravano attorno alla visione del mondo del XVI secolo e alla sua rappresentazione cartografica.
Al centro di tutto, ovviamente, ci sta Ferdinando Magellano, un grande personaggio che si inserisce all’interno della rinascita dell’Occidente, avviata grazie alle scoperte geografiche le quali, nel giro di un paio di secoli, avrebbero consentito all’Europa di diventare la prima potenza al mondo.
Nell’opera di Zweig traspare la sua concezione del mondo, il suo pacifismo e il suo antimperialismo. Magellano infatti è esaltato non solo per la sua grandissima impresa ma anche per aver sempre agito in maniera “umana”, a differenza di altri “esploratori” come Vasco de Gama o peggio Pizarro e Cortez.
Magellano – descritto dall’autore come una sorta di Ulisse dantesco – è seguito sin dalla gavetta. Infatti, prima di intraprendere il viaggio che lo avrebbe reso leggendario, l’autore ci tiene a sottolineare che “ha già doppiato quattro volte il Capo, due volte da Occidente e due da Oriente. Si è trovato a un passo dalla morte innumerevoli volte, per tre volte ha sentito il freddo ferro nemico dentro le proprie carni sanguinanti. Ha visto una parte incalcolabile del mondo, dell’Oriente e della terra conosce più di tutti i famosi geografi e cartografi del suo tempo. Quasi dieci anni di attività lo hanno istruito in ogni tecnica della guerra, è addestrato a usare la spada, l’archibugio, il timone, la bussola, la vela, il cannone, il remo, la pala e la lancia. (…) Ha fatto esperienza con ogni genere di essere umano, gialli e bianchi, neri e bruni, indù, africani, malesi, cinesi, arabi e turchi”.
Nonostante questa sua eccezionale esperienza, l’autore ha cercato di descrivere Magellano in modo “realistico” – umano appunto – svelando anche i suoi lati negativi. Viene esaltato, com’è giusto che sia, per il suo coraggio, per la sua scaltrezza, per la sua pazienza e soprattutto per la sua fermezza che gli ha consentito di resistere alle continue minacce del re del Portogallo, impegnato in tutti i modi a sabotare il viaggio.
Magellano conosce perfettamente la pericolosità del viaggio che però non lo fa tentennare nemmeno per un attimo. Grazie alla sua ferma volontà “ha trovato aiutanti per il suo piano quasi irrealizzabile, ha strappato una flotta a un monarca straniero (…) e l’ha felicemente condotta lungo la costa sudamericana più di quanto qualsiasi altro navigatore abbia mai fatto prima di lui”.
Accanto a queste sue qualità, però, l’autore non dimentica di far emergere anche i suoi ostinati silenzi, la sua testardaggine, la sua sfiducia verso il prossimo… il suo caratteraccio insomma! Da questa descrizione a tutto tondo viene fuori anche la sua amarezza, i suoi dubbi, il suo sconforto e soprattutto il suo insanabile dissidio interiore che scaturiva dal fatto di essere un portoghese alla corte di Spagna. La scelta di “tradire” il suo re è presa da Magellano con grande difficoltà ed è frutto di una profonda delusione nei confronti della corona portoghese che non ha mai creduto in lui e lo ha sempre trattato con sufficienza e distacco. In lui però non c’è vendetta, né ricerca di una rivalsa, c’è solo la voglia di inseguire un sogno, ma uno di quelli grandi, che covava da tanto tempo.
L’altro grande protagonista del libro è il viaggio, realizzato in condizioni estreme, tra il caldo torrido, il gelo, la fame e le tempeste, e definito dallo storico spagnolo De Oviedo – riportato da Zweig – “la cosa più meravigliosa e il più grande evento mai visto da quando Dio ha creato il primo uomo e il mondo”.
In quest’opera ampio spazio è dato all’italiano Antonio Pigafetta, un membro di un’antica famiglia di Vicenza che non affronta il pericolo per la gloria o per il denaro, ma “per un genuino desiderio di vedere il mondo”. Pigafetta ha l’importantissimo compito di narrare l’intera avventura: “Achille non sarebbe nulla senza Omero”, come dice Zweig.
La narrazione è sempre coinvolgente ed è pervasa da un alone di magia, come se si stesse leggendo un romanzo d’avventura. La grandezza di quest’opera, a mio avviso, sta proprio nel mischiare questo tratto “romantico” ad un rigore metodologico e ad una ricerca storica impeccabile e di grande spessore. Sebbene questo testo sia stato pubblicato quasi un secolo fa, nel 1938, la cosa che lo rende ancora attuale è il linguaggio utilizzato dall’autore ma anche una puntuale traduzione che ha reso il testo ancora più vivo e moderno.