Due anni di stop, poi l’annuncio: un nuovo singolo, un album in dirittura d’arrivo e un tour negli stadi. Sono i segnali di un attesissimo ritorno, in un anno in cui le reunion fanno sognare, sperare i fan di vecchia data.
E lui è Cesare Cremonini, lo stesso Cremonini che, con i capelli tinti e la strafottenza tipica dell’adolescenza, cantava di “Vespe truccate anni ‘60”.
“Ora che non ho più te” è la nuova ballad malinconica di cui avevamo tutti bisogno, ma non occorreva che fossi io, a dirlo.
A metà tra quella “Poetica” che ho tatuata sulla mia pelle – per ricordarmi che la vita va avanti anche quando è solo un “navigare nel buio” – e Marmellata #25 , il nuovo singolo cremoniniano si piazza subito tra le hit più ascoltate. Anche questa era una cosa del tutto prevedibile. Da un sound moderno, ma vissuto, “Ora che non ho più te” parla degli amori passati, affrontando probabilmente il tema più celebre della musica e della letteratura, ma attraversandolo con una semplicità che è il punto cardine dell’ex leader dei Lùnapop.
“Ora che non ho, ora che non ho più te, lo sai che non riposo mai”, recita, e già da questo momento ha catturato il mio cuore, prendendolo ancora una volta, come solo Cesare sa fare.
L’annullamento delle forze vitali, la voglia di frequentare posti diversi per evitare quel “Ciao, come stai”: sono sensazioni che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita. Niente di nuovo, insomma, ma forse è per questo che il pezzo è così forte, potente, lancinante. Ti stringe lo stomaco, anche se questa condizione è lontana dalle tue corde.
Michele Monina, autore di “The dark side of Cesare Cremonini”, definisce il cantante bolognese come “l’uomo che visse due volte”: una vita con i Lùnapop, i Festivalbar, il successo di pezzi intramontabili, capaci di farci sentire su una nuvola – Squérez è un disco fenomenale, secondo me, di quelli che non vengono più prodotti –; l’altra vita fatta di distruzione e di ricostruzione del personaggio. Non c’è più quel paraculo che toccava il fondoschiena di Mietta dietro le quinte del Festivalbar nel 2000, ma un uomo che riconosce sé stesso, i suoi limiti, le sue corde, in grado di generare poesie. I Lùnapop erano un punto di
partenza degno di nota, senza alcun dubbio, ma ciò che Cremonini ha creato dopo… Sta lì, la vera magia.
Ai fan dell’artista – ma anche ai lettori di biografie musicali – consiglio il testo di Monina (Diarkos, 2022), in cui avviene una sovrapposizione di immagini dello scrittore e dell’artista; due anime che, in qualche modo, riescono a trovarsi, a incontrarsi a metà strada. Un po’ un viaggio per i colli bolognesi, con quelle ali sotto ai piedi che ci fanno sentire eternamente adolescenti.
Asia Pichierri
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