Diarkos, 2025 – Possiamo chiamarlo il mestiere maschile più antico al mondo. Praticato da tempi remotissimi, ha interessato tutti i sette mari nel corso delle vicende umane ed è tuttora in esercizio, soprattutto nell’Oceano indiano.
In quanti modi si può dire pirata? Corsaro, bucaniere, filibustiere, predone del mare, fratello della costa... Sono indicati nel saggio storico dell’appassionato e competente sassarino Alberto Massaiu Pirateria. Storie di predatori e imperi sui mari , pubblicato dalla casa editrice romagnola Diarkos (Sant’Arcangelo, novembre 2025, 240 pagine), nella collana “Storie”.
È il mestiere maschile più antico al mondo, possiamo dire, praticato da tempi remotissimi e tuttora in esercizio, soprattutto nelle acque dell’Oceano indiano. Ha interessato nel corso delle vicende umane tutti i sette mari, che nell’antichità greco-romana erano Adriatico, Mediterraneo, Mar Nero, Mar Rosso, Caspio, Golfo Persico e il Mare Arabico: per convenzione contemporanea sono il Mediterraneo, gli oceani Atlantico, Pacifico, Indiano, Artico, Mar Cinese e Golfo del Messico-Caraibi. Tutti ma proprio tutti hanno avuto e continuano ad avere i loro pirati, che sono stati anche personaggi di spicco, non solo i tantissimi anonimi predoni che duemila e oltre anni fa intercettavano i traffici mediterranei, ionici ed egei, o i tremendi saraceni, che hanno saccheggiato per secoli le popolazioni e le economie dei litorali italiani (assumendo parte della responsabilità del ritardo economico e sociale del Mezzogiorno rispetto all’Europa). Oggi sono gli straccioni armati però di kalashnikov e lanciarazzi rpg, che abbordano come cavallette i mercantili - o tentano di farlo - sulle rotte del Corno d’Africa, al largo della Somalia.
Nella gran massa di razziatori assassini d’ogni tempo, qualcuno si è distinto, tuttavia. Si è sviluppato il mito storico e narrativo-filmico di un Barbanera, un Morgan, di corsari eleganti e circumnavigatori del globo come sir Francis Drake. Non mancano figure femminili, la britannico-caraibica Mary Read e l’irlandese Anne Bobby, attive entrambe a fine 1600. La letteratura ci ha tramandato, inoltre, tanti pirati leggendari, dall’indimenticabile Long John Silver (l’antagonista con gamba di legno e pappagallo sulla spalla nello stevensoniano L’isola del tesoro) al nostro, ma nato nel Borneo, Sandokan, la Tigre della Malesia, il pirata-gentiluomo creato da Emilio Salgari. Al novero, aggiungerei l’Olonese, a me e pochi altri noto per le letture giovanili dei romanzi di cappa e spada di F.A. Stone, pseudonimo del giornalista italiano Fulvio Apollonio (Umago, 1923 - Firenze, 2002). Le vicende erano ispirate dal più famoso dei bucanieri francesi, Jacques Jean David Nau, nato a Sable d’Olonne intorno al 1634 e morto nel 1671 sulle coste della Colombia. È stato uno dei più crudeli predoni con la bandiera nera, nelle acque dell’isola della Tortuga, base per tutti quelli che conducevano scorrerie in mare contro i commerci marittimi, soprattutto spagnoli, da e per i Caraibi.
Tra i protagonisti epici ma immaginari, spicca senz’altro un acquisto recente e prestigioso, il filmico Jack Sparrow, eroe della saga cinematografica dei Pirati dei Caraibi, eccentrico e irresistibile quanto il suo avversario, poi alleato, Barbossa è feroce e spettrale-soprannaturale. Se vogliamo, pirata per eccellenza è Capitan Uncino, l’irriducibile nemico di Peter Pan, nel romanzo-favola di James Matthew Barrie.
L’ottimo Alberto Massaiu ci fa osservare che la storia della pirateria non è soltanto saccheggi, sangue e processi. Racconta, “più profondamente”, un eterno conflitto “tra ordine e disordine”, l’autorità di uno Stato e la libertà del mare. Il pirata cambia bandiera, tecnologia, geografia, ma non il ruolo di “nemico necessario e specchio delle fragilità politiche”. Nell’antica Grecia, incidevano tanto da spingere Aristotele a citarli come predatori naturali. Roma concesse poteri straordinari a Pompeo per eliminare le orde che minacciavano le rotte nel Mediterraneo: una “guerra piratica” nel 67 a.C. L’Impero Ottomano sfruttò come arma di una guerra asimmetrica i predoni di Tunisi e Algeri, che terrorizzavano le coste cristiane e rapivano intere popolazioni. Nell’Europa dell’età moderna, i re autorizzarono la pirateria con “lettere da corsa”, armando flottiglie private.
Però, ha sempre finito per “esaurirsi nel momento stesso in cui trionfava”. Quando i pirati accumulano troppo potere, la reazione statale diventava inevitabile. Saraceni e barbareschi vennero braccati dalle flotte francesi, olandesi, britanniche, statunitensi. La Gran Bretagna impose lo stop ai bucanieri dei Caraibi, di Nassau e Port Royal. Zheng Shi, padrona del Mar Cinese Meridionale, dovette negoziare un’amnistia con l’Impero Qing e le marine occidentali. Non stanno facendo eccezione anche gli odierni pirati somali, con le loro tecniche moderne. La reazione internazionale, con flotte coordinate sotto comando NATO, UE e ONU, pattugliano l’area. Contrastano anche la pretesa degli Houthi di bloccare lo Stretto di Bab el Mandeb.
Com’è sempre stato quindi, la pirateria autentica viene ridimensionata e sconfitta da forze statali superiori. Invece, quella letteraria e cinematografica continua a riscuotere successo: vince e convince. Sono soltanto fiction, però. Il paradosso è che, da predoni spietati nella realtà, i pirati siano stati reinventati nell’immaginario come combattenti per la libertà, contro regni e imperi. Più eroi che assassini.
Piccola appendice terminologica per concludere questa recensione. Filibustiere deriva dall’olandese “vrijbuiter”, libero “vrij” e bottino “buit”, da cui il francese “flibustier” e lo spagnolo “filibustero”. Anche “boucanier” è francese, da “boucan”, graticola di legno per affumicare la carne. Nel XVII secolo, i cacciatori europei di frodo a Santo Domingo e Hispaniola vendevano carne affumicata ai pirati, prima di diventare sinonimo dei pirati.
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