LIBERAMENTE… VALERIA BIOTTI. Le leggende della Roma sul blog I-6
9 Giugno 2021

Con competenza e ricercato stile Valeria Biotti ci regala una rassegna di grandi protagonisti della storia giallorossa, attraverso una narrazione dinamica e lontana dai soliti e prevedibili luoghi comuni.

Descrizione del libro

Le leggende della Roma” edito da Diarkos. Cosa rende una “Leggenda Giallorossa” davvero leggendaria? La classe, certo. Senza dubbio, l’amore dato e ricevuto. É un mondo romantico fatto di valori e d’appartenenza, quello Romanista. Più ricco d’emozione e sentimento che di trofei; sicuramente animato da un’aneddotica straordinaria, figlia di una città e di uno spirito insieme ironici, poetici, tragici. Per questo, intimamente epici e comici.

Info sull’autrice

Valeria Biotti (Roma, 1978). Giornalista, sociologa, autrice, speaker radiofonica, vignettista. Ha al suo attivo collaborazioni con diverse testate, tra cui “Il Fatto Quotidiano”, “Pubblico”, “Il Male”, “Il Misfatto”. Vincitrice del premio Calabrese, del Sette Colli e di sei Microfoni d’oro, “Oscar della radiofonia romana”, scrive sul “Corriere dello Sport” e conduce una trasmissione quotidiana sulla Roma, sui 104.2 FM di Retesport. Da piccola voleva essere Bruno Conti.

“Ma perché volete spiegare a noi chi siamo?”

È la moda del momento. Un esercito di economisti, politologi, psicoterapeuti e amministratori di condominio riempie pagine di giornali per spiegarci cosa siano il calcio e il tifo.

Brillanti conoscitori dell’animo umano, ma privi di quell’abitudine alla fruizione diretta, poco o nulla sanno delle radio – di chi le ascolta e di chi “le fa” – dei km a piedi per arrivare allo stadio, del sentimento di identificazione che unisce tifosi diversissimi tra loro.

Perché i tifosi non sono assimilabili, uno all’altro. Così come le voci che raccontano il calcio; e in particolare il calcio a Roma.

Il fenomeno, in sé, è profondamente articolato. Convivono anime e finalità differenti; stili, approcci, linguaggi che non possono essere ammucchiati in un’unica definizione.

È una semplificazione immeritata e inefficace. Come quella che descrive il pallone come cura per una vita vuota, o priva di impegno altrove, nelle cosiddette “cose più importanti”. Retorica.

Si fa presto a liquidare questo mondo straricco come oppio per gli strapoveri. Poveri di stimoli e di cultura.

Volerlo raccontare con quel pizzico di spocchia intellettualistica – propria di chi non si mischia, di chi non sperimenta l’antropologica “osservazione partecipante”, ma osserva al microscopio lo strano fenomeno in vitro – risulta un esercizio artefatto e scorretto.

Il tifo, in realtà, è profondamente democratico: coinvolge l’autista Atac con le cuffiette alle orecchie otto ore al giorno e il chirurgo con lo streaming fisso sul Mac. Davanti all’AS Roma, svaniscono tutte le differenze. La visceralità dell’amore e della fede nei colori incarna valori. Valori profondamente trasversali.

Roba che ogni singolo tifoso vive a modo proprio, ma con la voglia di sentirsi parte di un tutto che supera le differenze. Che trova l’elemento che unisce, non quello che divide.

Nessun classismo, insomma, quando si parla di calcio e di tifo, per favore.

E smettete di volerci definire. Lasciate che a raccontare il calcio sia chi lo mastica ogni giorno. Perché tanto, voi, non lo capirete mai.

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