Nel suo nuovo saggio, edito da Diarkos, Roberto Gramiccia propone una lettura della fragilità come motore culturale e umano, per rimettere in discussione la dicotomia tra debolezza e potere.
Roberto Gramiccia è una personalità del mondo artistico contemporaneo riconoscibile. Negli anni si è creato un seguito e un suo spazio come critico e saggista prolifico, arrivando a smuovere interesse, coinvolgere e attivare partecipazione di artisti e pubblico, attraverso una modalità generosa e al contempo dissidente, ovvero di chi si discosta dall’ufficialità della dottrina in tutte le sue forme.
Si poggia su una struttura di personalità vera, vitale, un modo convincente della volontà, tanto da arrivare spesso dove molti restano insabbiati rispetto ai miraggi del sistema culturale. E questo provenendo da un contesto lontano, difficilmente riducibile alla produzione e alla ricerca intellettuale, impalpabile come è quella dove risiede l’arte. Roberto Gramiccia ha una lunga carriera nella cura, che nel suo caso va intesa anche come la professione medica, dal momento che è prima di tutto un professionista della medicina, un medico: un curatore.
Da qualche mese ha consegnato alle stampe un testo nuovo: Teoria della Fragilità – alla ricerca di un potere nascosto, scritto con la collaborazione di Ginevra Amadio. Il volume, edito da Diarkos, pone l’accento non tanto sulla dualità fragilità/forza, come perimetro del dominio dell’una o dell’altra, quanto su un risvolto metodologico dove nella fragilità si trovano le risposte a quelle necessità che noi deputiamo alla forza. E per anticipare il senso di quella che suona come una carambola, l’autore rovescia il teorema cartesiano “Cogito Ergo Sum” ma con una tesi accompagnata da solidi riferimenti teorici, primo fra gli altri Arnold Gehlen, eminente antropologo e filosofo tedesco.
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