Quello che proponiamo ai nostri Lettori è un dialogo con il medico, scrittore e critico d’arte Roberto Gramiccia (foto in basso), a partire dal suo ultimo libro Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto (Diarkos), recensito dal Foglietto il 25 novembre dello scorso anno. Tra filosofia, clinica e critica sociale, un percorso che ribalta l’idea tradizionale di vulnerabilità per riscoprirla come risorsa insostituibile e fattore di emancipazione.
A cura di Adriana Spera
Attraverso un percorso che intreccia riflessione filosofica, prassi medica e analisi sociale, il saggio si interroga sulla natura e il valore dell’uguaglianza, sul ruolo dello sguardo di genere e sulle traiettorie storiche ed esistenziali di grandi personaggi che della propria fragilità hanno fatto un punto di forza.
Dottor Gramiccia, la parola “fragilità” viene spesso associata a una condizione di debolezza, resa o sconfitta, da nascondere o superare ad ogni costo. Nel suo libro, invece, lei ribalta completamente questo paradigma culturale, mostrando coraggio e consapevolezza. Cosa significa, davvero, essere fragili?
La ringrazio dell'apprezzamento e confermo che la mia intenzione è esattamente quella di contribuire a rovesciare una struttura portante del senso comune: quella che considera la fragilità un vincolo, un limite, a volte persino una gabbia che ci imprigiona e "ci diminuisce" agli occhi degli altri. In realtà "essere fragili" significa semplicemente essere umani. Perché questa condizione ci connota ab initio come specie. Si tratta di prendere atto di questa condizione e di capirne l'enorme potenzialità.
Uno dei passaggi teorici più forti della prima parte del libro individua nella fragilità l'origine stessa del concetto di uguaglianza, definendola come il nostro dato ontologico primario («uguali in quanto fragili»). In che modo questa chiave di lettura ribalta la narrazione meritocratica e neoliberale della società odierna, e come si contrappone all’idea che il capitalismo sia una struttura "naturale" e insuperabile?
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