“Fragile, ergo sum”, un importante contributo alla costruzione di una nuova ontologia esistenziale - La Fionda
12 Ottobre 2026

Recensione a Teoria della fragilità, di Roberto Gramiccia, Diarkos editore, 2025

Teoria della fragilità, Diarkos editore 2025, è l’ultimo libro di Roberto Gramiccia (medico, critico d’arte, scrittore, curatore di mostre), il quale, nelle circa 380 pagine del volume, torna ad occuparsi di un tema a lui molto caro, e cioè la fragilità dell’essere umano. Fin dal titolo, l’autore propone un percorso analitico e fenomenologico finalizzato a mettere in rilievo la fragilità come essenza costitutiva o fondamento ontologico dell’essere umano, quel fondamento che condiziona tutte le forme e le modalità attraverso le quali si sviluppano le molteplici manifestazioni dell’esistenza umana, tanto a livello ontogenetico (tutto ciò che riguarda la vita del singolo individuo) quanto sul piano filogenetico, pertinente cioè alla specie nella sua totalità.

Ne risulta un’indagine a tutto tondo, grazie alla quale Gramiccia, in virtù di uno stile argomentativo “chiaro e distinto” (cartesiano), a volte incalzante e ricco di riferimenti culturali, riesce a porre le basi e ad articolare una complessa Teoria della fragilità, il cui immediato e primo risultato è il rovesciamento della percezione comune e riduttiva che, della fragilità (associata alla debolezza, alla delicatezza o a una condizione meramente passiva ed emarginante), si è imposta tradizionalmente nell’immaginario collettivo.

Ma procediamo con ordine, cercando di delineare una breve sintesi di quest’interessante opera, partendo ovviamente dalle sue coordinate filosofiche.

L’uomo come “essere carente”

L’autore sostiene che la fragilità non sia un’eccezione o un difetto da compatire, ma il dato ontologico costitutivo dell’essere umano.  La fonte di quest’impianto antropologico è rappresentata dalla concezione del filosofo tedesco Arnold Gehlen (ripresa e rilanciata dal nostro Umberto Galimberti), secondo cui l’uomo è un Mangelwesen (essere carente, appunto). A differenza degli animali, l’essere umano non possiede un corredo istintuale rigido e preordinato che lo renda idoneo a un ambiente specifico. Questa insufficienza biologica originaria lo condanna a una fragilità costitutiva, ma è proprio questa “mancanza” a spingerlo a forgiare una “seconda natura” (la cultura, la scienza, la società).  

La Téchne come risposta necessaria alla fragilità

Per sopravvivere alla propria carenza e dominare una natura “matrigna”, l’uomo è “condannato” a ricorrere alla téchne (la tecnica). La tecnica nasce direttamente dalla fragilità. Tuttavia, inserendosi in un meccanismo economico sempre più complesso e pervasivo, la tecnica finisce per auto-potenziarsi in modo afinalistico, creando una nuova forma di dipendenza e asservimento per l’uomo stesso.  È la téchne, dunque, a produrre il dominio, il dominio dell’uomo sull’uomo, il dominio dell’uomo sulla natura.

Fragile ergo sum 

Contestando parzialmente il celebre “cogito ergo sum” cartesiano, l’autore propone il principio “fragile ergo sum“. Il pensiero e l’azione non sorgono dal nulla, ma traggono origine da un malessere originario, dalla consapevolezza dei propri limiti e dall’angoscia della morte. La fragilità è dunque il “marcatore di specie” e il motore primo di ogni agire umano.  

Il Thauma

Attraverso la rilettura di Emanuele Severino del concetto aristotelico di thauma, l’autore dimostra che la filosofia (e con essa l’arte, la scienza e la religione) non nasce dalla “mera meraviglia”, bensì dal terrore, dallo sgomento e dalla paura primordiale del dolore e della morte. La filosofia è quindi figlia della fragilità.  

Antidualismo e Visione Olistica

Sulla scia di Spinoza e Karl Jaspers, viene rifiutato ogni dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa (anima e corpo, spirito e materia). L’essere umano è un’entità unitaria in cui le sofferenze della psiche e quelle del corpo sono indissolubilmente intrecciate.  

L’Ironia come difesa

Citando Alberto Bevilacqua e David Foster Wallace, l’ironia viene analizzata non come cinismo postmoderno, ma come strumento autoanalitico e “leggero” per fare i conti con l’ineluttabilità della morte e relativizzare i pesi dell’esistenza.  

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